Ettore e Andromaca

La mitologia greca espressa da Giorgio De Chirico

A Milano è esposto uno dei quadri più famosi del pittore italiano del XX secolo, Giorgio De Chirico: Ettore e Andromaca. Scopriamo insieme di cosa si tratta.

I due soggetti ripresi da Omero
L’opera mostra un classico episodio dell’epica greca. Nell’Iliade, Omero racconta l’episodio dell’abbraccio di Ettore, principe di Troia e sua moglie Andromaca. Si tratta di un abbraccio particolare, in quanto Ettore stava per entrare in lotta con il possente Achille. In poche parole, si tratta dell’ultimo saluto della coppia, scandito con quel gesto affettuoso. Ettore in quel duello morirà e verrà trascinato, legato per i piedi, come trofeo, dal vincitore acheo. 

Il tocco di De Chirico
Il pittore italiano è riconosciuto come il massimo esponente della pittura metafisica e in questo contesto lo ritroviamo a pieno. Nonostante la ripresa classica, l’opera non ha alcun espressione del mondo antico. I protagonisti sono dei manichini, senza nessuna espressione e l’ambientazione circostante è piuttosto deserta e priva di contesto. Una cosa è certa, sembra che De Chirico in quell’abbraccio abbia voluto fermare un attimo il tempo. Nonostante il forte contrasto tra episodio epico e opera, il noto artista abbia voluto fare un esperimento, proiettando il gesto affettuoso tra i due protagonisti dell’opera di Omero tra due giovani contemporanei. Rispetto a quel pathos riscontrato e confermato dalle parole del poeta greco, l’abbraccio ricreato da de Chirico è compiuto da due giovani del XX secolo che non hanno personalità. Sono manichini senza volto, quasi automi che vivono la contemporaneità senza esprimere il loro sentimento. 

Ettore e Andromaca di De Chirico è un quadro molto importante che mostra ed espone un problema che caratterizzerà i giovani di primo Novecento: la personalità. La bravura dell’artista è stata quella di denunciare questo grave problema attraverso l’accostamento del mondo classico, ricco di sentimento, passione e gesti forti con il mondo contemporaneo sempre più privo di gesti espressi dall’amore, per dar spazio all’apatia.

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